Come è disciplinato l’uso terapeutico dei derivati della cannabis?

In Italia è consentito l’uso terapeutico dei medicinali a base di cannabinoidi, previa prescrizione medica ed attraverso una farraginosa procedura di importazione dall’estero del farmaco. Non è invece consentito

l’uso terapeutico delle inflorescenze autoprodotte

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Con decreto del 18 aprile 2007, n. 98, infatti, l’allora Ministro della salute, Livia Turco, ha per la prima volta riconosciuto la possibilità di prescrivere e utilizzare, a fini terapeutici, il principale principio attivo della cannabis (THC) e due derivati di sintesi (Dronabinol e Nabilone), particolarmente utili nella terapia del dolore (anche per contenere il dosaggio dei farmaci oppiacei) e nel trattamento di patologie neurodegenerative, quali, in particolare, la sclerosi multipla.

Nel 2014, l’allora Ministro della Salute Renato Balduzzi ha inserito i “medicinali di origine vegetale a base di cannabis (sostanze e preparazioni vegetali, inclusi estratti e tinture)” tra le sostanze psicoattive autorizzate a fini medici.

Alcune regioni (Puglia, Marche, Liguria, Veneto, Toscana, Friuli Venezia Giulia, Abruzzo, Sicilia, Umbria) ne hanno disciplinato le modalità di distribuzione a carico del Servizio sanitario Nazionale.

Ciò nonostante, l’uso terapeutico della marijuana è ancora molto limitato nel nostro Paese ed è ancora lontanissimo dal rispondere in maniera adeguata alla domanda di medici e pazienti. Pesano vincoli legali e burocratici nella produzione, distribuzione e prescrizione dei farmaci.

Se venisse approvata la proposta di legge dell’intergruppo parlamentare, sarebbero rese più semplici le modalità di consegna, prescrizione e dispensazione dei farmaci contenenti cannabis.

Inoltre, sarebbe consentita la detenzione di cannabis per uso terapeutico entro, sì, i limiti contenuti nella prescrizione medica, ma anche superiori a quelli previsti per l’uso ricreativo.

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